Ashtanga yoga, com’è la pratica e come capire se fa per te
Se cerchi una pratica yoga con una struttura riconoscibile, l’Ashtanga può incuriosirti, ma il ritmo e la continuità richiesti non sono adatti a tutti. Ecco che cosa valutare per avvicinarti con gradualità.

Una lezione di Ashtanga yoga può apparire intensa a chi è abituato a movimenti lenti o a posizioni mantenute a lungo. Il nome, però, viene usato in due sensi: indica sia un percorso filosofico descritto negli Yoga Sutra sia uno stile contemporaneo di pratica posturale. Distinguerli aiuta a capire che cosa aspettarsi, senza scambiare una sequenza dinamica per l’intero significato dello yoga.
Che cosa significa davvero Ashtanga?
In sanscrito, aṣṭāṅga significa “otto membra”. Nel secondo capitolo degli Yoga Sutra, il sutra 2.29 elenca yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi: rispettivamente principi di condotta, osservanze personali, postura, regolazione del respiro, ritiro dei sensi, concentrazione, meditazione e assorbimento. In questo contesto, la postura è una parte di un percorso più ampio, non un sinonimo di sequenza atletica, come mostra il testo consultabile su Yoga Sutra II.29.
Nel linguaggio delle lezioni, “Ashtanga” indica spesso l’Ashtanga Vinyasa Yoga, uno stile posturale associato a T. Krishnamacharya e K. Pattabhi Jois. Non va confuso automaticamente con l’intero sistema degli otto rami. Per una prospettiva storica prudente, è utile partire da fonti documentali: il testo di Krishnamacharya Yoga Makaranda fu pubblicato nel 1934 e presenta posture in sequenza; questo dato non dimostra da solo ogni racconto sulle origini remote dello stile.
Come si svolge una lezione?
La pratica posturale è organizzata in sequenze e coordina movimenti e respirazione. In una lezione guidata, l’insegnante può condurre il gruppo; in una pratica in stile Mysore, ciascuno procede nella sequenza appresa con indicazioni individuali. Il ritmo, la durata, le posture proposte e il grado di assistenza dipendono dalla lezione: chiedili prima di partecipare, soprattutto se è la tua prima esperienza.
Il confronto con lo yoga dolce non si riduce a “difficile” contro “facile”: cambiano ritmo, continuità e tipo di transizioni. Se preferisci posizioni mantenute più a lungo e un andamento lento, puoi valutare anche una lezione di yin yoga. Per confrontare approcci e scegliere in base al ritmo, trovi criteri utili anche per orientarti tra le pratiche.
Quali criteri usare per scegliere?
Prima di prenotare, verifica se la lezione è per principianti, quanto dura, se propone una sequenza completa e se sono previste modifiche o pause. Chiedi inoltre come vengono gestite le posizioni che non riesci a eseguire: poter fermarsi, usare un supporto o saltare un passaggio rende più facile ascoltare il proprio livello. Una lezione non dovrebbe richiedere di forzare il corpo per stare al passo.
Lo yoga comprende stili con intensità diverse e possono verificarsi distorsioni o stiramenti; il NCCIH raccomanda particolare attenzione per chi è alle prime armi e consiglia a persone con condizioni di salute o esigenze specifiche di confrontarsi con il proprio professionista sanitario e con l’insegnante. Le indicazioni di NCCIH su efficacia e sicurezza dello yoga non garantiscono che una pratica sia adatta a ogni individuo.
Come avvicinarsi senza fretta?
Per la prima prova, scegli una lezione introduttiva, informa l’insegnante della tua esperienza e stabilisci in anticipo che puoi riposare quando ne senti il bisogno. Concentrati sulla comprensione delle istruzioni e delle transizioni, non sulla velocità o sulla forma degli altri. Se avverti dolore, capogiro o disagio, interrompi e chiedi supporto. La scelta migliore è quella che ti permette di partecipare con attenzione, senza trasformare la sequenza in una prova di resistenza.
Fonti
- en.wikisource.org, Yoga Sutra II.29 (2026-10-16)
- rarebooksocietyofindia.org, Yoga Makaranda (2026-10-16)
- nccih.nih.gov, NCCIH su efficacia e sicurezza dello yoga (2026-10-16)



